Sull’onestà

dicembre 11, 2014admin2014, da FACEBOOK0

LA CORRUZIONE SI SCONFIGGE SOLO CON GLI ONESTI

Quello che succede a Roma sarà anche frutto di una situazione particolare, sarà anche il lascito di uno dei governi della città (sindaco Alemanno) più oscuri nella storia repubblicana, ma inevitabilmente chiama in causa un discorso più generale. Ed è quello che bisognerebbe fare, con fatica perché le cose non sono per nulla semplici. Non per noi, non per la sinistra e per il PD, da cui invece deve pretendersi qualcosa di più della giusta indignazione. Molto di più. Una lotta aperta e senza quartiere alle mafie non si fa se non si hanno antidoti alla corruzione. Poiché è nella corruzione dei comportamenti pubblici, dello stile di governo, dei modi di esercizio del potere che si annida la sconfitta della democrazia, la resa davanti ai poteri criminali.

Per chi non ha tempo da perdere, dico subito la mia idea: la vera lotta contro la corruzione si fa dando spazio agli onesti. Ai politici onesti e ai funzionari pubblici onesti, e agli imprenditori e ai privati onesti. Se li si costringe al silenzio o all’oscurità non ci sarà legge o misura che possa sconfiggere la corruzione. L’onestà non è tutto nella vita pubblica, e di certo non basta; ma è la premessa della “vita buona”. Si diceva qualche tempo fa che “l’onestà, insieme alla sincerità e alla trasparenza, sono, tra tutte, le prime competenze che deve dimostrare di possedere chi fa politica. Quelle che non bastano, ma senza le quali tutte le altre non servono a niente” (Manifesto per un nuovo spirito pubblico, Firenze, 1° ottobre 2011). Oggi io credo che il discorso sull’onestà debba essere, prima di tutto, un discorso sugli onesti. Un discorso di sinistra.

Il mio post finisce qui.

E ora, solo per chi ha tempo, cerco di spiegare questa mia posizione. È una riflessione personale dopo i fatti di Roma. Se avete voglia, dite la vostra opinione; per una volta, però, lascerò di seguito solo gli interventi per il dibattito, le altre cose no.

In un Paese normale, alla corruzione si fa fronte in due modi: pene severe e certe per chi sgarra e tanta prevenzione nel corpo sociale.

In Italia le pene non mancano; si possono sempre migliorare ma ci sono, come dimostra l’inchiesta della magistratura romana. Renzi ha annunciato misure penali più dure contro i corrotti, e in Italia oggi, come sempre avviene di fronte a fatti gravissimi, è tutto un fiorire di invocazioni in tal senso. Sarà sempre così, credetemi. E in parte è anche giusto, perché è giusto migliorare la risposta repressiva, che è prima di tutto un risarcimento per la società. Senza illusioni, però, perché non esiste pena né sicurezza della pena per estirpare una malattia profonda. Non sarà una pena in più a convincere i corrotti a desistere, non fino a quando resta intatto il terreno di coltura e la scarsa resistenza del corpo sociale.

È la prevenzione che lascia a desiderare. Anzi, secondo me non c’è proprio, almeno non nella sua accezione più profonda. Nessuno pensa alla questione delle questioni: qual è la forza che può fronteggiare la corruzione? E come aiutarla a vincere? Per rispondere a questa domanda bisogna spostare o almeno allargare il centro dell’attenzione.

Sarò semplicistica, ma secondo me contro la corruzione l’arma preventiva più potente sono gli onesti. Sono loro, immensamente maggioritari, che possono di più, e perciò non bisogna lasciarli nella solitudine, a volte perfino derisi, magari con la scusa che essere onesti è una condizione normale, quindi non meritevole di attenzione. Se ci pensate bene, c’è più attenzione ai pentiti (disonesti) che agli onesti. Questo si traduce in una serie impressionante di misure, che colpiscono gli onesti, li tartassano, li umiliano, pur di scovare tra mille di loro quello che si nasconde e delinque. Sforzo immenso e, alla fine spesso inutile, poiché i disonesti sanno come va il mondo, e sanno anche trarre vantaggio dalle misure che colpiscono tutti.

Sbagliando, ci si comporta sulla corruzione come si fa con i ladri di auto e con i rapinatori, senza capire che la differenza è di sostanza. Contro i ladri di auto e i rapinatori puoi mettere tante telecamere in giro, e registrare i movimenti di tutti, per lo più gente per bene, pur di acchiappare la mela marcia. Ma questi sistemi non servono contro la corruzione. Gli strumenti difensivi anti crimine, come le telecamere, sono sopportati dalle persone per bene perché le rassicurano. Mentre le misure anti corruzione – quando sono rivolte a tutti indistintamente – sono molto più attive e insopportabili, gli onesti si sentono trattati come disonesti, non si sentono per nulla rassicurati, anzi sono terrorizzati di cadere, per equivoco, nella rete. L’occhio della telecamera anti rapina guarda il cittadino con discrezione, e in effetti serve a qualcosa, almeno a spostare l’atto criminoso un po’ più in là; l’occhio anti corruzione è molto più penetrante, e per funzionare deve trattare tutti come delinquenti. E non serve a nulla. Solo ad allontanare gli onesti dalla vita attiva. Nel mondo dell’anti corruzione indistinta ogni piccolo errore è un indizio. Un’onta da lavare con la più severa delle punizioni. Così, mentre si perde tempo correndo appresso agli onesti, i corrotti se la godono.

Per chiarezza, non mi sogno nemmeno lontanamente di criticare le norme sulla trasparenza, esse sono necessarie perché l’amministrazione pubblica non può che essere trasparente: però la trasparenza non è un metodo anticorruzione, è un metodo per rendere conto della legittimità di quello che si fa, e anche del merito, delle politiche pubbliche che vengono perseguite e della loro efficacia. La trasparenza, come dirò, aiuta gli onesti, ma si può essere onesti anche se la trasparenza difetta, mentre si può essere disonesti nella trasparenza più totale. Insomma, la trasparenza è un valore in sé, da coltivare anche nelle società meno corrotte, e dovrebbe rispondere a esigenze diverse dalla lotta alla corruzione. Il problema è che nella pubblica opinione le cose si mescolano, alla trasparenza si affidano soluzioni che essa – da sola – non può risolvere.

Del resto, nell’Italia di oggi, schiacciata dal peso della corruzione, è facile mescolare le cose e fare di tutta l’erba un fascio. Un esempio? Mentre il sindaco di Roma – per l’affaire Panda – veniva trattato come un disonesto, un centinaio di persone se la ridevano sotto i baffi, e magari speravano che finalmente quel sindaco sarebbe stato messo sotto tutela.

Torniamo alla prevenzione, allora. La prevenzione si fa nell’ambiente. Se l’ambiente è buono e sicuro, se il degrado viene combattuto, se c’è un clima favorevole all’onestà, se l’onesto è aiutato quando si trova in difficoltà, ai corrotti manca lo spazio e l’aria nella quale coltivare la corruzione. Se l’ambiente è buono e sicuro, i corruttori sanno che, prima ancora della polizia, arriva la riprovazione sociale, il controllo dei più. Il muro degli onesti. L’ambiente buono e sicuro è anzitutto, come si diceva, l’ambiente trasparente, ma la trasparenza non basta, ci vogliono: “curatori dell’ambiente”, forze di prevenzione autorevoli, controlli mirati. Ci vuole, se così di può dire, lo Stato di diritto. Con regole chiare e che sono fatte rispettare. Soprattutto lungimiranti, che non si fermano a dare una risposta qualsiasi al presente. Perché la corruzione, in Italia come dovunque, non si combatte con l’invenzione del momento. Sul momento puoi risolvere un problema specifico. Ma tutto finisce lì.

Partiamo dai politici. In quale ambiente vivono? Secondo me, il messaggio prevalente che passa è questo: se non sei potente non vali nulla. Se non hai voti e soldi non vali nulla. I partiti non ci sono più. Gli onesti sono sempre più soli. Se il messaggio è questo, nessuno deve meravigliarsi se i corrotti hanno spazio.

La nuova politica ha preteso di sconfiggere le corruttele dei partiti semplicemente eliminando i partiti (cioè quelli che dovrebbero essere i primi controllori dei comportamenti degli associati). Si è scelta la strada più semplice e immediata, quella che poteva portare più applausi; si è alzata bandiera bianca sulla riforma dei partiti, e gli onesti – cioè i più – sono stati letteralmente abbandonati. Quindi oggi noi abbiamo avuto l’eliminazione del finanziamento pubblico dei partiti, cosicché tutti gli onesti (al pari dei disonesti che vi provvedevano da sé) sono stati invitati a fare ricerca autonoma e privata di risorse. Abbiamo, nel PD, primarie all’ultimo sangue, sregolate e fondate sul dogma “chi arriva primo vince, e vince se trova tessere e adesioni occasionali”, e chi vince ha sempre ragione. Gli onesti si devono fare i conti: o si adattano o sono esclusi. Ci si può adattare poco o molto, ma almeno un po’ ci si deve adattare. Se vuoi vincere un congresso o una primaria devi certo rappresentare qualcosa, ma soprattutto devi avere tanti soldi. O ce li hai da te, o li devi trovare. Magari in pochi giorni e senza controlli, una corsa micidiale. Puoi dare fondo a tutti i risparmi che hai e indebitarti con le banche, oppure andare da chi i soldi ce li ha, e quando te li dà non ti metti a fare l’analisi del sangue. Quando mi è capitato, io ho scelto la prima strada, ma era tanto tempo fa, ora so che se volessi partecipare a una primaria o scelgo la seconda strada o scelgo di fare solo testimonianza. Così avviene per le elezioni: se c’è il collegio uninominale è bene fare le primarie, ma se sono sregolate torniamo al problema di prima; se ci sono le preferenze il problema è molto simile, perché la legge lascia gli onesti da soli (anche qui a decidere se e come raccogliere fondi). Primarie e preferenze non sono il male: lo sono se le regole sono cattive, e mettono i politici in un ambiente degradato. Eppure basterebbe poco: nelle primarie basterebbe che il partito informasse obbligatoriamente gli elettori su chi sono i candidati, stabilisse che vince non chi arriva primo ma chi raccoglie il voto della maggioranza assoluta dei votanti, facesse rispettare le regole di comportamento e prima di tutto l’obbligo di rendere pubblici i sostenitori e di tracciare tutte le entrate e tutte le spese. Nelle elezioni con preferenze, basterebbe che lo Stato assumesse su di sé il compito dell’informazione di base sulle forze in campo e sui candidati, e mettesse sulla scheda i loro nomi.

Poi fai politica, e qui – mancando i partiti e la partecipazione organizzata – te la devi cavare da te. Meglio stare in una corrente ricca, però, sennò sei emarginato. Sento sempre parlar male delle correnti come fossero il male supremo, il luogo nel quale la corruzione la fa da padroni, ma la mia esperienza è diversa. Però a un certo punto la domanda si impone: può una minoranza diventare maggioranza in queste condizioni? Che opportunità ha in un ambiente nel quale ciò che conta – alla fine – è portare al voto comunque migliaia di persone non-partecipanti? Nei mesi scorsi si è tanto parlato del tesseramento al PD che ha raggiunto quote irrisorie. Francamente a me non interessa quante tessere ci sono, e non sono mai stata favorevole al “proselitismo”, perché l’iscrizione a un partito dovrebbe essere un fatto individuale, di convinzione personale, mai un fatto di interesse. Però se un partito si fonda sulle primarie sregolate, il guaio è fatto. C’è un congresso? Partono le iscrizioni di massa. Tanto votano tutti, anche chi non partecipa. Sapete qual è – tra le tante – la prima condizione per avere partiti onesti? Fare referendum sulle scelte più importanti. Sarebbe bastato fare un referendum, uno solo, sull’articolo 18 o sulla legge elettorale ad esempio, per cambiare volto al PD, per farlo diventare non il partito delle tessere ma il partito della democrazia.

Quindi, direi questo. Se vuoi combattere la corruzione nei partiti devi fare democrazia autentica. Congressi veri fatti di “partecipanti” e non di “votanti purchessia”, primarie regolate e pulite, referendum sulle scelte importanti. E codici di comportamento efficaci. L’ambiente cambia, gli onesti sono liberi e attivi. E se vuoi combattere la corruzione nei partiti, devi fare buone leggi elettorali, per consentire agli onesti di competere, collegi uninominali o preferenze non importa, importa che la competizione possa essere pulita. Devi fare leggi sui partiti per aiutare gli onesti. Leggi sulla democrazia interna, leggi sul finanziamento pubblico e sulle spese dei partiti. Se una legge avesse stabilito il finanziamento pubblico, minimo, essenziale e trasparente, e avesse affermato che i partiti non possono indebitarsi, cioè possono spendere solo ciò che gli dà lo Stato e ciò che gli danno i sostenitori (contributi piccoli e pubblici però), secondo voi chi si sarebbe avvantaggiato? I corrotti o gli onesti? Se si stabilisce, per chi svolge funzioni pubbliche, una indennità sobria e onnicomprensiva, chi se ne avvantaggia, i furbi o gli onesti?

Il capolavoro dell’anti politica (direi da Monti in poi) è stato quello di aver esaltato i fatti di corruzione, nati e cresciuti in un ambiente degradato, per segnare tutta la politica e tutti i politici con lo stigma della corruzione. Annichilendo gli onesti. Perfino le leggi sulla riduzione dei politici è fondata sul presupposto che ci si può permettere un po’ di corruzione e di corrotti, ma senza esagerare. Siccome i politici sono tutti corrotti, siccome i posti che ricoprono sono fatti solo per i loro interessi, almeno siano pochi, il meno possibile. Questa ormai è l’idea dominante. Nessuno si chiede: e che ne facciamo dei politici onesti? Risposta: ecchisenefrega!

Parliamo dei funzionari pubblici. In quale ambiente vivono? Il messaggio prevalente è ormai questo: siete tutti fannulloni, tutta gente potenzialmente corrotta. Burocrati malvagi. Se va bene pronti a mettere il bastone fra le ruote della politica, se va male pronti a lucrare la posizione. Gli onesti? Eccezioni, mosche bianche. Quelli che si fanno carico di mandare avanti la baracca? Ancora di meno. Per tutti loro, nessuno escluso, si fanno leggi punitive, si bloccano gli stipendi per anni, si scrivono leggi che oggi dicono una cosa e domani il contrario, tanto se le cose non funzionano si sa di chi è la colpa. Sono loro, non la cattiva politica, il guaio dell’Italia. Contro di loro (si, contro di loro) si tagliano i fondi pubblici, si riduce lo spazio della scuola pubblica e della sanità pubblica, si inventano fantasiosi meccanismi di valutazione. Non ce la fanno? Si arrangino. Gli si riempie di scartoffie, di piani anticorruzione di dubbia efficacia, di programmi di razionalizzazione, e gli si mette sopra – a comandare – gente di fiducia della politica. Ed è così che tutti, e prima di tutto la gran massa di persone per bene e di onesti lavoratori, cominciano a pensare che il rischio non vale la candela, che tra il fare e il non fare è meglio non fare, si sbaglia certo di meno. Non si penserà mica che abbia senso quello che dice la Costituzione: “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione”? Ma via, si scherza?

È questo l’ambiente in cui vivono ormai i funzionari pubblici. Ed è un ambiente, un clima generale, che pesa negativamente sugli onesti. Essi – se le cose non cambiano – non hanno che da votarsi al politico di turno, al sindaco di turno, al presidente di turno. Ed è per questo che si diffonde la reazione più semplice, il disinteresse. Se sei onesto, non hai nulla da sperare. Se sei un uomo di mondo forse qualcosa puoi sperare. Il vero guaio è che la corruzione possa attraversare il pubblico nel disinteresse generale degli onesti. Perché gli onesti hanno altro a cui pensare: non disturbare il manovratore, e arrivare con minor danno alla pensione.

Gli onesti, per dirla con le parole di un disonesto, stanno nel mondo di sotto. Costretti dai disonesti ma, purtroppo, spesso anche dallo Stato.

Non è stato sempre così. Io, nella mia esperienza politica di amministratrice, ho vissuto tutta un’altra storia, e ho condiviso successi e difficoltà con dirigenti, funzionari, educatrici, operatori che hanno dato un contributo decisivo al miglioramento della pubblica amministrazione. Per questo, oggi non capisco il disprezzo imperante del lavoro pubblico, lo scaricabarile della politica, l’uso del potere incontrollato. Non capisco, ma l’aria che tira la sento.

È tempo che si abbia più attenzione verso gli onesti. Per i politici questa attenzione è faticosa, eppure porta con sé immensi vantaggi per la comunità. Leggi e regole della pubblica amministrazione “fatte per gli onesti” non sono impossibili. La trasparenza degli atti è fatta per gli onesti. La formazione è fatta per gli onesti. E anche i controlli mirati, perché chi è onesto non li teme. Teme invece (non è un paradosso) la mole imponente di adempimenti formali, il rischio del fare, il dito puntato su ogni azione, le regole stupide e a volte occhiute sulla vita privata; teme, cioè, il clima di sospetto, nei confronti del quale nulla può l’onestà.

L’altro cambiamento per gli onesti è mettere un freno all’invadenza della politica, alle nomine tutte nelle mani della politica, alle gerarchie asfissianti, all’uso estremo dei dirigenti esterni di nomina politica, ai consulenti inventati, alle cose che si devono fare per compiacere, ai concorsi che non si fanno più, insomma all’idea – per nulla costituzionale – che la cura degli interessi pubblici promana solo dalla politica. Per gli onesti l’ambiente di lavoro è tutto, le scuole che funzionano, la sanità che funziona, gli stipendi che si sbloccano, le regole credibili sulla produttività, le professionalità che vengono riconosciute, i concorsi che si fanno, le spese oculate e non clientelari (perché i soldi pubblici sono della comunità), queste cose sono tutto. Se l’amministrazione funziona e dà più servizi e soddisfazione dei cittadini, se la politica è sobria e agisce per il bene comune, lì gli onesti ci sono, in modo attivo e da protagonisti. Essi diventano parte di un ambiente ostile alla corruzione.

Osservando i fatti di Roma, stupisce il degrado a cui può arrivare la vita pubblica. E l’uso criminale dell’emergenza. Una città in eterna emergenza è il primo terreno di coltura della corruzione, e un’amministrazione che non sa emanciparsi dall’emergenza è condannata in partenza. L’emergenza, infatti, è una condizione sopportabile – e si accetta anche qualche strappo alle regole usuali – solo se è limitata nel tempo, come quando si deve far fronte a un evento disastroso. Anzi, di più: solo una amministrazione di onesti può gestire bene l’emergenza. Stupisce tutto sui fatti di Roma, e brucia il tradimento della solidarietà, strutture del privato sociale – così essenziali alla produzione di servizi – ridotte a centrali di spesa incontrollata, soldi che vanno senza verifiche, luoghi e persone abbandonate a sé stessi, perfino inconcepibili gerarchie e sudditanze tra associazioni, dove gli onesti sembrano non poter far nulla di fronte al potere costituito. Brucia il tradimento e l’uso della povertà, e angoscia l’idea che anche tutti quelli che stanno operando con onestà e contribuiscono al bene comune si trovino trascinati nel fango altrui e messi al bando. Anche qui ci sono gli onesti, i più, che non devono cadere nell’oscurità.

Ecco la mia conclusione. La lotta alla corruzione è fatta certo di norme severe e inflessibili contro i disonesti, ma è prima di tutto un fatto di mentalità, di cambiamento del costume e dell’ambiente, e può avere successo solo se gli onesti escono dall’indifferenza. Se invece ci restano, con la loro solitudine, la corruzione è in grado di riprodursi all’infinito. Che senso ha sospendere tutti gli appalti a Roma? Bloccare tutto per fare cosa? Passerà la nottata – dicono in cuor loro i disonesti – ma poi tutto tornerà come prima.

Gli onesti, dovunque siano, non devono essere lasciati soli. Sono loro la sola forza che può contenere la corruzione e poi sconfiggerla, nel senso comune, nella gestione della cosa pubblica, nei comportamenti dei privati. Ma per far questo ci vuole uno Stato di diritto vero, forte con i forti e amico degli onesti.

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