Catia Franci. Una protagonista della buona amministrazione e della bella politica

Introduzione di Daniela Lastri al seminario “Catia Franci e Franca Pieroni Bortolotti. La politica, i movimenti della donne, la storia. Firenze, 7 dicembre 2013.

Parliamo oggi di due donne. Una delle due, Catia Franci, ha voluto nel 1990 – con la Società delle Storiche – questo Premio intitolato all’altra, Franca Pieroni Bortolotti, intrecciando così passato presente e futuro in un luogo ideale, la narrazione della storia delle donne.

Catia Franci è, per tutte le donne, un simbolo della buona amministrazione e della bella politica. Lo è certo per me, che ho potuto conoscerla e incamminarmi sul sentiero che anche lei aveva tracciato. A vent’anni dalla sua scomparsa, oggi ne parliamo con lo spirito che lei avrebbe voluto, il tempo ci ha sottratto l’emozione più forte, e il discorso diventa riflessione mista a ricordo. Ricordiamo per riflettere. Parleremo di amministrazione e di politica, e di come Catia Franci le ha interpretate. Mescoleremo le cose, un po’ perché questa è stata una realtà nella vita di Catia Franci, un po’ perché l’amministrare – il misurarsi con il governo della cosa pubblica – è il riflesso di come si interpreta la politica. Dieci anni fa, nel 2004, il Comune di Firenze volle ricordare Catia Franci con un libro dedicato a lei, nel quale Sandra Landi, Francesca Arena, Anna Scattigno, Dario Ragazzini e Alessandro Adreani ne ricostruirono il profilo. Il libro (Con passione e con ragione. Catia Franci, donna e amministratrice) è una bella storia di un periodo della nostra città, vent’anni di passione civile e di politica attiva (1974-1993) che sono stati cruciali per molti di noi. A rileggerlo in questi giorni, quel libro ci dice anzitutto due cose: che gli anni più recenti hanno letteralmente rimosso, nella percezione pubblica, la qualità, le passioni e le ragioni della buona politica, fino a farle perdere senso; e che ogni buona politica, ogni esperienza di buon governo della cosa pubblica dimostra qualità se ha capacità di progettare il futuro. Se vi capita, scorrete quel libro, e vedrete come Catia Franci non era solo una donna del suo tempo, era una donna che sapeva pensare il futuro.

Lo dico per esperienza diretta. A me è capitato di assumere nel 1999 praticamente le stesse responsabilità di governo che ebbe Catia, e di riprendere il filo di un lavoro che, per quasi dieci anni, si era interrotto. Sono ripartita da lì, perché lì, in quello che aveva lei seminato copiosamente, c’erano già tutti i temi del mio presente. Certo, erano passati dieci anni, e per dieci anni si era galleggiato, ma le idee e i progetti di Catia erano fecondi, avevano gettato robuste fondamenta, potevano perciò essere ripresi, rafforzati, sviluppati. Così succede alla buona politica, e al buon governo che sa guardare al futuro: prima o poi il testimone qualcuno lo prende. Ciò per dire una cosa semplice. Anche in politica, anche nell’amministrazione, nel bene e nel male, bisogna saper vedere dove c’è continuità e dove c’è vero cambiamento, nelle cose, nei rapporti di potere, nelle relazioni tra le persone. Catia Franci è di quelli che hanno saputo costruire il vero cambiamento, o gettare le basi per realizzarlo. Firenze non sarebbe quella che è diventata senza il contributo di Catia Franci. E molti di noi non avrebbero fatto quel che hanno fatto se prima non ci fosse stata lei. Che dunque ha un posto tutto suo, conquistato sul campo, nella storia di questa città. Questo del resto dovrebbe essere, per chi fa politica, l’ambizione più grande, perfino al di là del ricordo personale. A raccontare oggi a una giovane donna come mai una sua coetanea, appena diventata maestra, lasci il suo lavoro, conquistato con impegno e sacrificio personale, un lavoro sicuro e che le piaceva, per diventare giovane funzionaria di partito, a raccontare che no, non l’aveva fatto per guadagnare di più né con la sicura prospettiva di diventare un amministratore pubblico (quello che poi sarebbe diventata solo anni dopo), so che farebbe fatica a credermi. Nella politica devastata di oggi quel gesto di dedizione pressoché integrale a un movimento politico (che peraltro considerava i compiti di governo di minore importanza rispetto alla militanza) sarebbe considerato certo un fatto incomprensibile. Avveniva però così, erano appena trent’anni che era nata la Repubblica, e i partiti erano strutture portanti della partecipazione civile e della vita attiva. Lì passava, anche per una giovane donna, l’aspirazione più forte al cambiamento. E forse, alla nostra giovane donna, sarebbe altrettanto indecifrabile il comportamento di Catia che, conclusa nel 1990 la sua esperienza di assessore al Comune di Firenze, decise infine di rinunciare a fare il funzionario di partito per affrontare l’incognita di un nuovo lavoro.

Per capire, non bisogna rinunciare ad approfondire. Bisogna avvicinarsi alla storia dei partiti con spirito più libero dalle ossessioni di oggi.

Catia Franci ha interpretato la politica nel senso più pieno, ma è stata ragazza e donna del suo tempo. A molte di noi dimostrò che le donne possono farsi valere anche nei luoghi tradizionali della politica, e anche assumendo ruoli di solito riservati agli uomini, senza perdere nulla della propria qualità di genere. Il suo percorso fu veramente originale. E infine vinse tutte le battaglie che fece. Con le armi della sua intelligenza e del suo spirito libero, impose nel partito la sua personalità, e delle donne fu riferimento sicuro, nel partito come nei movimenti. Qui, soprattutto nel corso del suo impegno istituzionale e di governo, dimostrò che era possibile ricostruire un rapporto tra le istituzioni e le espressioni della soggettività femminile, conquistando passo dopo passo, il riconoscimento che infine le fu dato, di essere lei il punto di riferimento più autorevole delle politica al femminile. Non fu un percorso semplice, e lei stessa cambiò qualcosa di sé, si misurò con il femminismo e con le donne che in quell’arcipelago di associazioni diffidavano dei partiti e delle istituzioni, dimostrando di essere uno dei dirigenti politici più moderni e innovativi. In poche parole, potrei riassumere così il suo impegno: conquistò uno spazio importante nel suo partito, conquistò le istituzioni alla politica di genere (le istituzioni sono sorde, diceva), conquistò il cuore delle donne che dalla politica e dalle istituzioni fino ad allora avevano ricevuto solo timidi riconoscimenti. Per riuscire in questa impresa, della quale poi tante di noi si sono giovate, mise in gioco la sua tradizione, con uno spirito di apertura, di ricerca, di innovazione culturale molto pronunciato. Eppure non negò mai la sua esperienza, la sua storia politica, le responsabilità che sentiva nel suo ruolo.Poteva scegliere strade più sicure, approcci tradizionali. Scelse invece di mettere in discussione quasi tutto. Quando chi fa politica si comporta così, ha molto da soffrire, deve battersi come un leone, e dimostrare ogni giorno di essere all’altezza. Ma gli esami, Catia, li superò tutti. Eppure ciò che dobbiamo portarci dietro è più il suo modo di fare politica che gli stessi risultati. È il come più che il cosa. L’elenco delle cose fatte dà conto solo in parte dell’impegno profuso. Perché le cose fatte vengono tutte da un lavoro intenso, dallo scontro anche con i suoi colleghi della giunta, ma soprattutto da idee profonde sul futuro della città, dalla voglia di rivoluzionare antiche certezze e dalla determinazione che ha sempre messo nella sua azione. Volle la delega al Progetto Donna, e poi lo costruì con mille azioni di governo e una partecipazione diffusa, attiva, propositiva. Volle la delega al Progetto Giovani, e da lì sono partite iniziative che sono durate negli anni. Fece dell’istruzione pubblica (e della qualità degli asili nido, a cui volle restituire tutta la qualità educativa e di tutela dei diritti dei bambini) un campo di sperimentazione di azioni innovative, misurandosi con successo anche con rilevanti problemi di riorganizzazione della macchina comunale. E intorno a sé volle esempi della pedagogia moderna, primi tra tutti Bruno Ciari e Franco Frabboni.

Molte cose di cui oggi si parla come se fossero scontate vengono da quella sua eccezionale esperienza.

Le politiche educative del comune di Firenze nei confronti degli adolescenti e dei giovani furono rivoluzionate. Gli asili nido e la scuola materna presero ad essere molto di più che un servizio sociale. I titoli di questo impegno a tutto campo sono noti. Progetto Donna e Progetto Giovani, ho detto. Comitato per l’inviolabilità del corpo femminile, Centro di prevenzione oncologica per le donne, Informadonna, Retravaiiler, Consiglio delle donne, Artemisia, Informaziovani, Progetto Zerosei, Centri di Interazione educativa (CIE), Coordinamento pedagogico, Archivio dei giovani artisti, Extra scuola, Progetto Ribes, Centro per la ricerca, la valutazione e la qualità dei processi di apprendimento-insegnamento nella scuola e extrascolastici, Progetto obiettivo Scuola-lavoro, Corsi di alfabetizzazione linguistica degli immigrati …

Nel libro del 2004 compare un appunto di Catia: “le donne sono affamate di tempo, le donne sono “trottole”. Il loro tempo è quello del “mentre”: mentre mi vesto preparo il caffè, alzo i bambini, tiro via il letto; mentre cucino riguardo i compiti dei ragazzi”. Anche il tempo di Catia è stato così; e mentre lei costruiva progetti, noi osservavamo, partecipavamo e imparavamo. La buona politica è anche questo, e vive degli esempi che le donne sanno dare. Mi ha fatto piacere parlare così di lei, e dirvi come è vivo il suo ricordo e il suo insegnamento.

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