Province e Regione

Province e Regione. Il mio intervento nel dibattito del 13 gennaio in Consiglio regionale

La comunicazione che ha fatto l’Assessore Bugli a nome della Giunta regionale sul riordino delle province rende evidente una situazione molto difficile, di cui – a mio avviso – porta la responsabilità il Governo. E’ il Governo, infatti, che con la legge di stabilità ha praticamente messo in crisi la legge Delrio, mettendo a repentaglio la tenuta finanziaria delle province (che non sono state soppresse, come si sa) e mettendo per legge in mobilità la metà del personale. In queste condizioni ogni “riordino” diventa una scommessa, fatta sulla pelle di tante lavoratrici e lavoratori e dei cittadini.

In questa situazione, mi pare di capire che la Giunta regionale ci propone di fare quello che si può, intervenendo per salvare il salvabile, anche qui però assumendo noi, nel nostro bilancio, la spesa che lo Stato non vuole più sostenere. È una situazione paradossale, per la quale dovremmo chiederci se lo Stato ha ancora una visione del futuro delle istituzioni locali, oppure se ha intrapreso decisamente la strada della riduzione delle Regioni e degli enti locali a semplice appendice dello Stato medesimo.

Comunque, lo sforzo fatto dalla Giunta è, in queste condizioni, apprezzabile. Si capisce bene dalla comunicazione che la Regione assumerà un numero elevato di funzioni provinciali; non si capisce bene con quanto personale. Deve essere chiaro, infatti, che tutte quelle funzioni non si possono esercitare senza personale. Dunque, io sono – alla fine – favorevole al trasferimento di importanti funzioni alla Regione, e anche al fatto che vi siano presidi territoriali per svolgerle. È ora, infatti, che la Regione sia responsabile direttamente di politiche che mette in campo in settori strategici. L’idea che la Regione sia solo legislazione e programmazione non regge più. Faccio un esempio di attualità: si discute in questi giorni in Parlamento se la Regione debba o meno avere competenze vere in materia di mercato del lavoro, e sembra che possa prevalere un ritorno indietro di vent’anni.

Se capisco bene, l’istruzione pubblica resterà tutta alle province. Visto che alle province deve per legge restare l’edilizia scolastica, la cosa si capisce. Ma è chiaro che, per me, quando ci sarà la riforma costituzionale e le province dovranno essere sciolte, la Regione dovrà acquisire le funzioni di istruzione pubblica che oggi hanno le province, e inaugurare una stagione nuova, di impegno diretto.

Infine, sul personale non capisco se qualcuno rischia di restare fuori. È vero che la Regione prenderà molte funzioni e – se ho ben capito – un numero corrispondente di dipendenti provinciali. Ma non ho capito se, così facendo, riuscirà ad assorbire tutti i dipendenti che tra qualche settimana saranno messi in mobilità. Noi facciamo la nostra parte, e in modo coerente con un’idea di Regione futura. Ma lo Stato cosa fa? Fa promesse e basta? Sarebbe invece importante che il Governo tornasse indietro sui suoi passi, e si assumesse la responsabilità di finanziare l’integrale trasferimento alla Regione di tutte le funzioni provinciali, tolte quelle che per legge devono restare alle province. Solo così, penso, ci sarebbero margini seri per continuare a operare concretamente, per fare interventi sul territorio, cioè per fare politiche pubbliche corrispondenti almeno a quelle fin qui svolte. Perché, poi, non ha molto senso prendere funzioni e non poter agire, magari perché i soldi bastano appena – se bastano – a pagare le persone.

Apprezzo perciò la proposta che viene fatta dalla Giunta, ma resto in attesa di vedere gli effetti, e soprattutto se dalle cose che si faranno verrà più qualità della pubblica amministrazione. Non scherziamo. In ballo ci sono persone, ci sono le lavoratrici e i lavoratori delle province e le persone a cui devono essere garantiti servizi pubblici importanti.

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