APPUNTI PER LA MINORANZA DEL PD SULLE RIFORME

Nonostante mi senta sempre più estranea al dibattito interno del PD, nonostante mi senta sempre più vicina al progetto di Coalizione sociale della Fiom e a quelli che cercano di ritrovare la strada per costruire in Italia un’alternativa al Partito Unico della Nazione, sono interessata come ogni persona di sinistra a quello che farà la minoranza del PD in occasione del dibattito parlamentare sulla riforma elettorale. Su questa pagina ho scritto più volte cosa penso, però ci torno oggi, perché non mi convince l’idea che si possa accettare l’Italicum in cambio di qualche promessa di modifica della riforma costituzionale. Non so se avverrà, ma se avverrà non sarà una bella pagina per la democrazia italiana.

Riassumo in tre appunti le questioni, chissà che qualcuno mi ascolti.

Primo appunto. Le peggiori leggi elettorali della più o meno recente storia italiana sono state approvate con un voto di fiducia. Successe con la legge Acerbo (1923) e con la legge truffa (1953, Camera dei deputati). Si rifà con l’Italicum?

Secondo appunto. Renzi dice che la minoranza PD non avrà il coraggio di votare contro l’Italicum per questioni di dettaglio. Questo dice perché la minoranza PD ha duramente criticato l’Italicum ma ha proposto finora due palliativi: ridurre i nominati (un po’ come nella legge toscana …) o aumentare i collegi per farli sembrare “più uninominali”. Renzi ha ragione, purtroppo: nessuna di queste due proposte cambia la logica del sistema, che mescola nominati bloccati a voto (inutile) di preferenza.

Terzo appunto. Qualcuno dice che l’Italicum è inaccettabile perché si combina con la riforma costituzionale. Ma le cose non stanno così. L’Italicum è di per sé un sistema pessimo, anche se non ci fosse la riforma costituzionale. E quest’ultima è pessima anche se non ci fosse l’Italicum. Insieme poi fanno un vero disastro. Dunque, le coerenze vanno ricostruite su ogni punto, e poi tutte insieme.

Perché l’Italicum è pessimo di per sé? Perché è incentrato su quattro passaggi negativi, che determinano un presidenzialismo di fatto:
- i parlamentari sono in gran parte nominati dal capo del partito, e rispondono a lui soltanto; questo non avverrebbe né con veri collegi uninominali, né con vere preferenze;
- il premio di maggioranza è esorbitante (55%), e consente anche a chi rappresenta una minoranza esigua di raggiungere un numero di seggi non per far nascere un governo (ne basta il 50% + 1) ma per creare una posizione dominante;
- il premio di maggioranza esorbitante è attribuito non alla coalizione ma al singolo partito, e per esso al suo capo; il risultato di questo e dei precedenti passaggi è dunque una specie di elezione diretta con attribuzione di potere personale pressoché assoluto;
- il sistema spinge a costruire listoni opachi, nei quali far confluire forze politiche anche molto diverse, alimentando il notabilato e il trasformismo.

Allo stesso modo, la riforma costituzionale è pessima di per sé perché:
- determina il controllo del Governo sul Parlamento; questo avviene con le norme che consentono al Governo di obbligare il Parlamento a votare le proprie proposte di legge, senza alcun limite o contrappeso;
- azzera lo “Stato regionale”, cioè il pluralismo politico e l’autonomismo, costruendo un nuovo centralismo statalista;
- risolve nel modo peggiore il problema del bicameralismo, poiché la seconda camera non è espressione né dei governi regionali (come in Germania) né dei cittadini (come negli Stati Uniti).

È vero: gli italiani non si appassionano alle riforme istituzionali e costituzionali. Ma questa non è una buona ragione per far passare senza dissenso leggi che, condizionando in modo decisivo la vita politica e istituzionale, mettono in discussione l’equilibrio costituzionale e la distinzione dei poteri, e riducono la sovranità popolare a scelta di un leader.

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