Il caso Province

dicembre 18, 2014admin2014, da FACEBOOK0

RIFORMARE, NON DISTRUGGERE IL PUBBLICO. IL CASO DELLE PROVINCE.

In questi giorni le lavoratrici e i lavoratori delle Province, 4.500 in Toscana, sono in agitazione. Le cose si stanno mettendo decisamente male, per loro e per tutti noi, se non viene corretta la legge di stabilità. Che, in questo caso, dovrebbe essere chiamata “legge di instabilità”, per la confusione e i danni che rischia di produrre. Direi di più: c’è una specie di “crudeltà istituzionale” che trapela esplicita dalle norme, e che viene esercitata – purtroppo – facendo leva su una pubblica opinione disorientata e angosciata dalla pesantezza della crisi.

Di fronte a un cambiamento molto impegnativo che tutti si aspettano (perché questo è il superamento delle Province e la ricostruzione di tante competenze verso Regioni e Comuni) il Governo va per le spicce. Taglia immense risorse a Regioni e Comuni e mette le Province in una situazione di estremo degrado. E non gli importa di chi lavora, decine di migliaia di persone e loro famiglie, immolate sull’altare di non si sa più cosa. Le riforme non si fanno così, così sono controriforme. Quella che rischia di uscire dalla legge di stabilità non è “una pubblica amministrazione più efficiente e che costi meno”, è una riduzione drammatica dello spazio pubblico, dei servizi ai cittadini e della capacità di fare politiche pubbliche di qualità. Non si cerca di migliorare la pubblica amministrazione locale, semplicemente la si azzera, o quasi. Non si tagliano gli sprechi, non si riorganizza la democrazia locale, semplicemente la si taglia. Per i prossimi anni, la pubblica amministrazione regionale (compresa la sanità pubblica!) e locale, invece di unire e riorganizzare le forze e le risorse finanziarie per garantire servizi migliori e interventi pubblici più efficaci, sarà terremotata e costretta a occuparsi di sé stessa, a spostare personale, sedi, carte, procedure, e a gestire il proprio progressivo impoverimento. Investimenti zero. E il caos organizzativo.

Non era, non è una scelta obbligata, si può fare altro e bene, investendo sul futuro e chiamando tutte le istituzioni a lavorare subito insieme, a unire uffici e risorse, a valorizzare professionalità, a semplificare procedimenti, a riorganizzare le politiche pubbliche per fare scuole, servizi sociali, manutenzione del territorio, trasporti pubblici più moderni, ospedali e sanità territoriale, insomma le cose che servono alla comunità. E chiamando i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali a dare un contributo di idee, di proposta, di responsabilità per la tutela dei diritti dei cittadini. Un’opera imponente, insomma, per costruire – non d’incanto ma con un impegno serio e costante – un’amministrazione moderna, efficiente, democratica. E che recuperi efficienza nella gestione, nel controllo, nella lotta all’evasione.

Il decisionismo del Governo poteva (doveva) dimostrarsi in questo, non nel taglio della democrazia e del lavoro pubblico “come viene viene”. Perciò, la protesta dei dipendenti pubblici delle Province è assolutamente fondata e giusta, riguarda la dignità del proprio lavoro e chiama in causa la qualità della vita di tutti noi. L’allarme lanciato dai presidenti delle Regioni, secondo i quali, tagliando 6 miliardi alle Regioni, più di 1 miliardo ai Comuni e 1, 2, 3 miliardi alle Province, vanno a farsi friggere tutte le riforme approvate appena qualche mese fa, non può essere archiviato come una resistenza al cambiamento. Nessuna proposta di modifica è stata accolta. Che fine hanno fatto gli accordi e gli impegni assunti in occasione e in attuazione della “legge Delrio”? Sono voci giuste e credibili (tutti lo sanno) e si oppongono non all’innovazione ma a una linea di crudeltà istituzionale che, se andrà avanti così, è destinata solo a fare danni irreversibili.

Tocca al Governo e al Parlamento capire al più presto che in queste condizioni nulla di buono può venire, solo un’assurda corsa all’autodistruzione. E tocca alle Regioni, ai Comuni e alle Province abbandonare l’illusione di potersela cavare da soli, ciascuno nel proprio fortino a difendere sé stessi contro gli altri. L’amministrazione locale, infatti, è sempre più un luogo unitario, nel quale le difficoltà e il degrado degli uni si riverberano subito sugli altri. La democrazia regionale e locale si rinnova e si salva solo se sta insieme, e se ha il coraggio di puntare sul lavoro di tante persone che nel pubblico credono e sono lì a dirlo, in questi giorni, a voce alta.

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